Inchiesta vincitrice Premio Eretici digitali 2010

31 gen

ELEVEN catania
Inchiesta collettiva a 11 voci

Se pensate che le sfide siano roba d’altri tempi vi sbagliate, e di grosso. Noi ne abbiamo lanciato una, appena una settimana fa. E sono stati in undici a raccoglierla.

L’appello di “Sette giorni da Reporter per Catania” ha funzionato. Hanno aderito aspiranti giornalisti, studenti, giovani professionisti. Ma la vera buona notizia è stata la risposta: sincera e giovane. Undici under 35 si sono misurati su dieci temi per altrettanti mini reportage, scritti o filmati, audio o foto. O tutto insieme, in pieno spirito multimediale, in una scommessa resa possibile grazie ai media digitali. Volevamo un’inchiesta collettiva. Eccola. L’abbiamo intitolata “ELEVEN catania”, in omaggio ai suoi giovani autori che hanno scelto argomenti e persone, modalità di racconto, accenti, passioni. A Noi è toccato solo mettere insieme i pezzi e guardare il risultato finale.

Di quale Catania parla il nostro dossier? Della Catania dei quartieri e degli sgomberi forzati, della Catania illegale e mafiosa, della Catania generosa e forte dei volontari, della Catania che non ha perso il coraggio dell’antiracket. Della Catania da amare e da odiare.

Ci vengono in mente le parole di Pippo Fava: “Per questo è puttana Catania, perché ha tante anime ed una sola risata. E perciò uno si innamora, viene tradito continuamente e continua egualmente ad amarla”. E’ vero. La nostra inchiesta, unica ma a più voci, dipinge una città reale, forse più vera di quella che molti vogliono farci credere.

Il digitale ha giocato la sua carta più importante, quella che può ancora salvare il buon giornalismo: l’informazione dal basso, creata con mezzi semplici ma genuini, tenuta in piedi dalla voglia di fare informazione per spirito civico accompagnato alle regole della buona professione.

Se undici giovani lavorano sodo giorno e notte per una settimana, scavando tra le pieghe della propria città, non è solo per vincere un’eccitante corsa contro il tempo. Ma anche per un’indescrivibile e un po’ folle voglia di raccontare la verità.

Rosa Maria Di Natale
responsabile Laboratorio inchieste e videogiornalismo per Step 1

Un Commento

  1. 1 31 gennaio 2010 at 21:59
    Permalink

    Morire di fama è l’aspirazione della maggior parte dei giovani curatori. La stessa cosa si può dire degli artisti. Ma questa non è una novità. Fra premi e residenze, articoli, blogs e recensioni più o meno accreditate, l’obbiettivo è lo stesso. Senza eccezioni. Il mondo si è velinato: un passaggio televisivo nel salotto buono della tv ha più valore di un ponderoso saggio. Una residenza all’estero è più significativa della solidità che si può vantare lavorando con acribia sul proprio territorio. Lo scambio come crescita è proporzionale alle risorse, ma se risorse non ci sono deve imporsi il diritto a vivere bene anche nelle nicchie. Rispettati e richiesti anche localmente. Il nostro paese è ammalato di provincialismo, ma nemmeno questa è una novità. La comunicazione è potenza suprema, che supera di molte lunghezze la qualità degli eventi promossi. Come guarire? Intanto lavorando con entusiasmo, spirito analitico e rigore metodologico. Non per stupire ma per affermare un’idea di fondo chiara, avvertita, mai definitiva. Il vero problema sta nel senso da dare alla cultura, ancora considerata un orpello per pochi e di pochi. Meno che mai un valore assoluto. Questa sorta di elitismo (che ha sostituito il “didattismo” dei primi decenni televisivi) costringe chi si dedica ai fatti culturali a scimmiottare il vertice (che c’è, è più reale del re e non offre appigli). Quel punto apicale che della forza di persuasione del sapere ha fatto arma di colonialismo e imperialismo. E in forma ridotta di utilitarismo becero. La tecnologia ci ha dato l’impressione, e solo quella, di essere ovunque e di sapere tutto quel che c’è da sapere. In tempo reale e sforzando le meningi il minimo indispensabile. Ma quando inviamo una mail a chi non ci conosce, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci perviene risposta. La nostra presenza non è, difatti, compiutamente interlocutoria. Lungi dal voler sostenere con rimpianto “il bel tempo andato”, mi accontento di dissipare illusioni informatiche, teatrini del successo su internet e l’avvento di un apparato democratico partecipato, collaborativo e multimediale. La società è ancora dei padri, che non mollano su “estensioni del dominio” assolutamente personalistiche e impenetrabili. Noi? Si gioca a morir di fama.

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