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	<title>Commenti a: ELEVEN cataniaInchiesta collettiva a 11 voci</title>
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	<description>ELEVEN catania - Inchiesta collettiva a 11 voci</description>
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		<title>Di: After Jugo winner of the Digital heretics award @ International Journalism Festival, Perugia at marco pavan photography</title>
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		<dc:creator>After Jugo winner of the Digital heretics award @ International Journalism Festival, Perugia at marco pavan photography</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 11:53:15 +0000</pubDate>
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		<description>[...] other winner ex-aequo is ELEVEN Catania, inchiesta collettiva a 11 voci, by the University of [...]</description>
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		<title>Di: 11 voci &#8211; 7 giorni &#8211; 1 inchiesta collettiva &#124; 095</title>
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		<dc:creator>11 voci &#8211; 7 giorni &#8211; 1 inchiesta collettiva &#124; 095</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 15:07:38 +0000</pubDate>
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		<description>[...] il resto, potete leggerlo su http://reporterin7giorni.step1.it/eleven-catania-inchiesta-collettiva-a-11-voci [...]</description>
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		<title>Di: Anita T. Giuga</title>
		<link>http://reporterin7giorni.step1.it/eleven-catania-inchiesta-collettiva-a-11-voci/comment-page-1#comment-3</link>
		<dc:creator>Anita T. Giuga</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 20:59:09 +0000</pubDate>
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		<description>Morire di fama è l’aspirazione della maggior parte dei giovani curatori. La stessa cosa si può dire degli artisti. Ma questa non è una novità. Fra premi e residenze, articoli, blogs e recensioni più o meno accreditate, l’obbiettivo è lo stesso. Senza eccezioni. Il mondo si è velinato: un passaggio televisivo nel salotto buono della tv ha più valore di un ponderoso saggio. Una residenza all’estero è più significativa della solidità che si può vantare lavorando con acribia sul proprio territorio. Lo scambio come crescita è proporzionale alle risorse, ma se risorse non ci sono deve imporsi il diritto a vivere bene anche nelle nicchie. Rispettati e richiesti anche localmente. Il nostro paese è ammalato di provincialismo, ma nemmeno questa è una novità. La comunicazione è potenza suprema, che supera di molte lunghezze la qualità degli eventi promossi. Come guarire? Intanto lavorando con entusiasmo, spirito analitico e rigore metodologico. Non per stupire ma per affermare un’idea di fondo chiara, avvertita, mai definitiva. Il vero problema sta nel senso da dare alla cultura, ancora considerata un orpello per pochi e di pochi. Meno che mai un valore assoluto. Questa sorta di elitismo (che ha sostituito il “didattismo” dei primi decenni televisivi) costringe chi si dedica ai fatti culturali a scimmiottare il vertice (che c’è, è più reale del re e non offre appigli). Quel punto apicale che della forza di persuasione del sapere ha fatto arma di colonialismo e imperialismo. E in forma ridotta di utilitarismo becero. La tecnologia ci ha dato l’impressione, e solo quella, di essere ovunque e di sapere tutto quel che c’è da sapere. In tempo reale e sforzando le meningi il minimo indispensabile. Ma quando inviamo una mail a chi non ci conosce, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci perviene risposta. La nostra presenza non è, difatti, compiutamente interlocutoria. Lungi dal voler sostenere con rimpianto “il bel tempo andato”, mi accontento di dissipare illusioni informatiche, teatrini del successo su internet e l’avvento di un apparato democratico partecipato, collaborativo e multimediale. La società è ancora dei padri, che non mollano su “estensioni del dominio” assolutamente personalistiche e impenetrabili. Noi? Si gioca a morir di fama.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Morire di fama è l’aspirazione della maggior parte dei giovani curatori. La stessa cosa si può dire degli artisti. Ma questa non è una novità. Fra premi e residenze, articoli, blogs e recensioni più o meno accreditate, l’obbiettivo è lo stesso. Senza eccezioni. Il mondo si è velinato: un passaggio televisivo nel salotto buono della tv ha più valore di un ponderoso saggio. Una residenza all’estero è più significativa della solidità che si può vantare lavorando con acribia sul proprio territorio. Lo scambio come crescita è proporzionale alle risorse, ma se risorse non ci sono deve imporsi il diritto a vivere bene anche nelle nicchie. Rispettati e richiesti anche localmente. Il nostro paese è ammalato di provincialismo, ma nemmeno questa è una novità. La comunicazione è potenza suprema, che supera di molte lunghezze la qualità degli eventi promossi. Come guarire? Intanto lavorando con entusiasmo, spirito analitico e rigore metodologico. Non per stupire ma per affermare un’idea di fondo chiara, avvertita, mai definitiva. Il vero problema sta nel senso da dare alla cultura, ancora considerata un orpello per pochi e di pochi. Meno che mai un valore assoluto. Questa sorta di elitismo (che ha sostituito il “didattismo” dei primi decenni televisivi) costringe chi si dedica ai fatti culturali a scimmiottare il vertice (che c’è, è più reale del re e non offre appigli). Quel punto apicale che della forza di persuasione del sapere ha fatto arma di colonialismo e imperialismo. E in forma ridotta di utilitarismo becero. La tecnologia ci ha dato l’impressione, e solo quella, di essere ovunque e di sapere tutto quel che c’è da sapere. In tempo reale e sforzando le meningi il minimo indispensabile. Ma quando inviamo una mail a chi non ci conosce, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci perviene risposta. La nostra presenza non è, difatti, compiutamente interlocutoria. Lungi dal voler sostenere con rimpianto “il bel tempo andato”, mi accontento di dissipare illusioni informatiche, teatrini del successo su internet e l’avvento di un apparato democratico partecipato, collaborativo e multimediale. La società è ancora dei padri, che non mollano su “estensioni del dominio” assolutamente personalistiche e impenetrabili. Noi? Si gioca a morir di fama.</p>
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