A Catania non esiste un censimento ufficiale dei senzatetto. Ma per conoscere il volto degli “invisibili” basta ascoltare i racconti dei volontari che, giorno dopo giorno, notte dopo notte, assistono i meno fortunati assicurando loro cibo, medicine, calore umano.
A casa di Pina
Pina ha un’età indefinibile. Potrebbe avere cinquanta, o forse sessant’anni. Vive da quando era una ragazzina dentro la Stazione centrale di Catania. Il suo piccolo giaciglio fatto di cartoni, stoffa e plastica, rimediati chissà dove, lo lascia solo per qualche tempo, ogni tanto; poi torna sempre lì. Si accende una sigaretta e cammina incerta, trascinandosi dietro un paio di buste mentre cerca continuamente con la mano il muro per reggersi. Indossa un maglione con i colori delle Ferrovie dello Stato, ma le maniche sono ben rimboccate per non impacciarle ulteriormente i movimenti. «Nessuno sa perché abbia scelto proprio la Stazione centrale come casa, non parla molto» afferma incerta una dipendente della Trenitalia. «Magari le piace la vista sul mare». Nessuno sembra conoscere bene la sua storia. A dire il vero nemmeno il suo nome – Pina – è sicuro. Lei è una dei milioni di volti anonimi, le storie che nessuno conosce. Una senzatetto.
Il vuoto che circonda i clochard, per certi aspetti, smette di avere un valore metaforico e prende sembianze fisiche.
A Catania non esiste un censimento ufficiale, nessuna anagrafe che fotografi il territorio nazionale e i suoi abitanti senza fissa dimora. L’Istat non ha mai intrapreso un simile studio. La Fondazione Zancan – onlus che si dedica a studi sociali e collabora con la Caritas –, ha realizzato un’inchiesta che risale ormai a più di dieci anni fa. Numeri inservibili, al giorno d’oggi. La Fio.PSD (Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora) raccoglierà nell’arco del 2010 i dati che riguardano i clochard per una pubblicazione che vedrà la luce solo a fine anno; risultati parziali al momento non sono disponibili, «e non verranno nemmeno rilasciati», ci spiegano all’ufficio comunicazione.
Gli unici ad avere il polso della situazione sono dunque coloro i quali ogni giorno camminano affianco agli invisibili. E a Catania ce ne sono tanti.
La marea di Rosarno
A Catania sono quasi esclusivamente le associazioni di volontariato a prendersi cura delle persone senza fissa dimora. La Commenda di San Tommaso – appartenente alla onlus Cavalieri della Mercede – offre a circa 120 assistiti (tra saltuari e assidui) cure mediche, farmaci, vestiti e un posto dove lavarsi. «Ovviamente nei giorni in cui c’è più freddo abbiamo più visite» spiega la signora Lucia, la segretaria dell’organizzazione.
Riccardo Campochiaro invece offre assistenza legale gratuita al centro Astalli (la sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati). «Ogni giorno arrivano da noi circa 25-30 persone per la doccia, quelli che tornano più spesso per gli altri servizi sono 60-70. Mi occupo dell’assistenza legale quattro volte la settimana e seguo una ventina di persone. Pressoché tutti richiedono asilo politico; arrivano soprattutto da Costa d’Avorio, Niger, Mali… Africa subsahariana occidentale, insomma. Poi ci sono anche alcuni somali ed eritrei, ma per loro è più semplice avere il permesso, a causa della grave situazione umanitaria. Per gli altri bisogna attendere e il più delle volte devono cercare rifugio in strada».
La popolazione extracomunitaria tra i clochard a Catania – come del resto sembrerebbe in tutta Italia – è predominante rispetto a quella locale. Anche chi si rivolge alla Commenda di San Tommaso e al centro Astalli proviene da paesi che non rientrano nei confini europei. «Più della metà dei nostri assistiti è d’origine straniera» conferma la signora Lucia.
Secondo padre Valerio di Trapani, direttore della Caritas diocesana di Catania, è già difficile affibbiare l’etichetta di “senzatetto”: «La situazione è in partenza difficilmente valutabile. Mancano perfino i parametri che stabiliscano chi è senzatetto e chi no».
L’help center della Caritas che sorge a ridosso della Stazione di Catania è gestito da volontari e fornisce ogni giorno 150 pasti, non tutti riservati a persone senza fissa dimora. La famigerata crisi ha colpito duramente chi era già in condizioni precarie, così esiste anche chi è più povero tra i poveri. Colazione, cena, assistenza legale e medica, il tutto rivolto ad un’utenza quotidiana di circa 50 persone. Il servizio notturno garantisce l’allestimento di due dormitori che offrono riparo a 75 persone, 50 uomini e 25 donne. A dormire per strada, nei dintorni della Stazione, all’interno dell’aeroporto e in varie parti della città erano fino a poco tempo fa 25 senzatetto. Dopo gli avvenimenti di Rosarno, e il conseguente spostamento straordinario di braccianti extracomunitari, il numero è aumentato. «Dalla Calabria sono arrivate circa 50 persone» conferma Padre Valerio. «Di queste abbiamo potuto sistemarne solo due, gli altri sono per strada. A loro si aggiungono anche i gruppi che dal nord Italia si spostano verso sud. Vengono a Catania non per ragioni lavorative, ma per il clima più mite».
Cause diverse, effetti uguali
«Nella “caduta in strada” vi sono differenze per quanto riguarda senzatetto italiani ed extracomunitari» chiarisce Gabriella Virgillito, direttore responsabile di Telestrada, rivoluzionaria web tv, unica nel suo genere in tutta Italia, animata da senza fissa dimora, volontari e operatori. «Per l’immigrato clandestino la strada è una soluzione quasi fisiologica. Successivamente intervengono concause che lo trattengono, ma è quasi normale non avere un posto dove andare inizialmente. Per il senzatetto italiano le cause sono diverse. Gli effetti però li accomunano, sono uguali per entrambi».
Domani? Casa?
In tutto questo, il comune di Catania dov’è? «Bella domanda» risponde Gabriella Virgillito. L’unico servizio fornito è il finanziamento ad un centro d’accoglienza notturno gestito dai volontari del consorzio Sol.Co., la rete di imprese sociali siciliane.
Forse sarà più proficua la collaborazione con la Provincia regionale. Un fondo per le nuove povertà da 100mila euro e una “Locanda del buon samaritano” dovrebbero permettere alla popolazione più povera della città di avere qualche speranza di abbandonare la strada. «Abbiamo ricevuto da poco l’approvazione al progetto di ristrutturazione e ampliamento della struttura di via Santa Maddalena» annuncia il direttore della Caritas. L’edificio, in pieno centro storico, al momento ospita il dormitorio femminile. Tra quattro mesi dovrebbe diventare, secondo le intenzioni di Padre Valerio Di Trapani, un centro di accoglienza sperimentale: «Non offriremo solo assistenza notturna d’emergenza, ma una residenza permanente per 15 persone dove poter realizzare anche un processo di inserimento nel mondo del lavoro attraverso laboratori».
Per il momento i volontari continuano a girare per la città. «Buonasera, vuole mangiare qualcosa? Serve una coperta?» chiedono ogni volta che scorgono un fagotto di cartone e stracci. Corso Sicilia, Vulcania, Aeroporto, piazza Dante… La città è grande.
Una nuova casa, promettono. Chissà se Pina abbandonerebbe il suo giaciglio a pochi passi dai binari e dal mare…
foto tratta: icewines.myblog.it












3 Commenti
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Articolo molto interessante, complimenti.
Saluti dalla Redazione di Strada e…buona strada a voi tutti!
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Bellissimo reportage! Sto scrivendo un cortometraggio che ha per protagonista dei senzatetto e questa inchiesta mi ha illuminato su un fenomeno che spesso ci sembra abbastanza lontano da noi, in grandi metropoli tipo N.Y., ma che in realtà riguarda tutti. Spero di riuscire a trattare l’aspetto sociale del mio corto con la sensibilità e il rispetto che merita questa gente.
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No… Se la Pina cui vi riferite è Tinuzza (si chiama Agata) allora non lascerà mai la stazione. E’ una scelta di vita.
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