Inchiesta vincitrice Premio Eretici digitali 2010

multimedia

30 gen

FOTO GALLERY

GRAFICI

TABELLE

VIDEO

Moncada 2

Piccoli pusher crescono
I minori, la mafia, la speranza

Catania è al primo posto in Italia per minori arrestati. I dati si riferiscono al 2008 e vengono da una fonte molto autorevole: il Centro di prima accoglienza di Catania gestito dal Ministero della Giustizia.

Negli uffici di via Franchetti si elaborano numeri, percentuali, tabelle. Anche studiare il fenomeno serve. I numeri parlano da soli: il numero di minori arrestati nel capoluogo etneo supera il 50% degli arrestati nel distretto di Corte d’Appello di Catania.

Mai, dal 1989 primo anno delle rilevazioni statistiche nel CPA (Centro di prima accoglienza), si era verificata una situazione simile.  Un’area vasta che comprende tre province (Catania, Siracusa, Ragusa), dove vivono più di un milione e ottocentomila persone; a Catania gli abitanti sono poco più di trecento mila.

Com’è andata nel 2009? Tendenza confermata. I numeri ci arrivano in anteprima dal Centro: se nel 2008 gli arresti di minori catanesi sono stati 108 su 197 totali, nel 2009 si parla di 92 catanesi su 166.
Un dato che, come se non bastasse, ci colloca al primo posto a livello nazionale per minori arrestati in rapporto alla popolazione, e che è ancor più grave se si considera che nel resto d’Italia la maggioranza dei reati è commessa da minori stranieri. Qui si tratta di minori nati a Catania.

Parlando in termini di percentuali, gli arresti sono il 7,2% del totale italiano, in una città che conta lo 0,5% della popolazione nazionale.

Il numero bassissimo di recidivi (minori arrestati due volte), 11 nel 2008 e 5 nel 2009 in tutto il distretto di Corte d’Appello, e soprattutto il tipo di imputazioni, secondo una interpretazione dei dati suggerita da esponenti del CPA, rivela un’ emergenza sociale che si spiega con una sola parola: mafia.

Mi manda la mafia

Un ragazzino di 14 anni ruberebbe un’auto per se stesso?  E la droga da spacciare, dove se la procurerebbe? È la criminalità organizzata che manda i ragazzi tra i 14 e i 17 anni a rubare auto e soprattutto a spacciare droga, due imputazioni che insieme coprono oltre la metà del totale. E non a caso gli arrestati vengono per due terzi dai quartieri della periferia sud: San Giuseppe La Rena, 11%, San Cristoforo e Angeli Custodi, 26%, Librino e San Giorgio, 39%. Sono i quartieri di Catania dove lo spaccio di droga è una attività ben avviata, svolta sotto la luce del sole e non solo la sera al riparo da occhi indiscreti.

«I dati sono inconfutabili, ma hanno una semplicissima spiegazione: è aumentata l’attenzione e l’asprezza verso i reati di droga, sono aumentate le retate, e quindi gli arresti», ci spiega la dottoressa Giuliana Gianino, volontaria Caritas, direttrice del Centro Talità Kum a Librino; ma la Gianino è anche una studiosa, autrice nel 2007 del primo studio antropologico del quartiere, “Librino, un presente per quale futuro?” in collaborazione con l’università Cattolica di Milano.

«Quando si inaspriscono i controlli, vengono mandati a spacciare i ragazzini: chi accetta una borsa lavoro di 400 euro al mese quando per spacciare può guadagnarne dai 70 ai 250 al giorno?».

Certo, c’è anche chi accetta gli aiuti legali, solo che il problema «è innanzitutto culturale». In una città abbandonata dalle istituzioni, l’istituzione che funziona è quella più presente sul territorio, quella che ti dà da vivere. «E’ capitato che i nostri bambini dalle finestre del Centro guardando fuori esclamassero “guarda, c’è papà a lavoro”, e papà era sotto il Palazzo di cemento (il palazzo di viale Moncada 3 mai terminato dal Comune di Catania, abitato da 40 famiglie totalmente abusive e tristemente noto ai media e alle forze dell’ordine ndr)  a spacciare.». In un ambiente dove si vive di delinquenza, i piccoli pusher diventano i più invidiati dai coetanei, e idoli delle ragazzine. «Ultimamente è di moda una canzone napoletana sul Palazzo di cemento, descrive alla perfezione come stanno le cose, e i ragazzini la cantano in continuazione». Frasi come “U Stato ‘un fa mai niente pi tutta sta genti” sono non solo i versi di una canzone, ma una consapevolezza anche nei quattordicenni. Si nasce «in un contesto sociale che porta a delinquere». E qui emerge la più grande contraddizione dei quartieri come Librino: «chi abita dentro al quartiere e ha un contesto familiare sano, di solito non lo vive, lo usa solo per dormitorio», e non viene nemmeno sfiorato dall’esistenza di questo Stato parallelo. Stato parallelo che, la dottoressa Gianino non ha dubbi, è radicato e presente in tutta la città: «Un esempio di poco tempo fa: un ragazzino della zona è andato a rubare in un quartiere del centro, ma non è stato preso dalla polizia. È stato invece picchiato e infilato di peso in un camion, che poi lo ha lasciato sotto casa».  Non era la sua zona. Un controllo totale del territorio, che porta a forme di “previdenza sociale” anche per le famiglie dei minori arrestati «quando il ragazzo è in carcere, c’è comunque chi pensa alla sua famiglia». Le attività illecite avvengono prevalentemente a Librino e nelle altre periferie della zona sud della città, dove c’é sempre manovalanza in abbondanza, data la totale assenza istituzionale «Solo le scuole sono presenti», scuole primarie e secondarie di primo grado. Dai 14 anni in su, le scuole del territorio non possono fare più nulla, e chi vuole proseguire gli studi deve andare via dalla “città satellite” con i propri mezzi.

Il Comune? Non ha soldi per loro

Una fetta consistente del bilancio del comune di Catania è dedicato alle spese per i servizi sociali, ma queste sono insufficienti per un intervento efficace nel territorio. «I Servizi sociali dovrebbero intervenire per prevenire le situazioni di disagio, attualmente invece riusciamo solo a intervenire a posteriori». L’assessore ai Servizi Sociali del Comune di Catania Marco Belluardo sembra ben consapevole dei limiti dell’attuale gestione, che sono innanzitutto economici, ma non solo.

«Subito dopo le spese per il personale, vengono quelle per i servizi sociali. L’amministrazione comunale spende circa 8 milioni di euro l’anno per garantire a circa 950 minori sotto i 13 anni provenienti da famiglie indigenti il regime di semiconvitto negli Istituti educativi e assistenziali.». L’attuale sistema del semiconvitto però, non sembra essere efficace «perché l’assistenza dura fino alle 16: spesso i ragazzini dopo quell’orario si ritrovano per le strade, vanificando il lavoro svolto». Per funzionare, l’attività di assistenza dovrebbe passare dalla formula del semiconvitto a quella dei «centri diurni, dove i ragazzi possono restare fino alle ore 20».  A monte, si inserisce il problema dispersione scolastica, che non può essere monitorata al meglio, data l’assenza di una anagrafe scolastica efficace: viene calcolata in base al numero di iscritti non frequentanti, e non in base ai minori nella fascia d’età «è un problema che mi hanno segnalato molte scuole, e che deve risolvere l’assessorato alla Pubblica Istruzione. Dal canto nostro abbiamo cercato di risolverlo con degli accordi, che ci hanno permesso di incrociare i dati provenienti dall’Ufficio scolastico provinciale, dalla giustizia minorile, dall’Azienda sanitaria locale e dalle associazioni di volontariato». E i maggiori di 13 anni? L’altissimo rischio, come dimostrano i numeri, è che questi finiscano nel giro delle attività illecite non avendo alternative. Su questo aspetto le parole dell’assessore sembrano molto simili a quelle della dottoressa Gianino: «Le istituzioni sono assenti: occorre portare la città nelle periferie come Librino: trasporti, uffici, negozi, e scuole superiori. L’impegno però non può essere solo dell’amministrazione comunale, ma di tutti, dalla Prefettura alla Provincia, alla Questura. L’unico modo per sanare la situazione è una maggiore presenza nel territorio».

foto tratta :da lastampa.it

commenta

Your email is never published nor shared. Required fields are marked *

*
*